Ambigua.
Ambigua in quel tubino rosso, seduta rigidamente in fondo alla vecchia chiesa.
Il prete borbotta la sua grigia omelia senza molta convinzione. Protagonista estrema, la bara di larice è vestita di rose bianche disposte a corona, spartiacque tra le due file di panche chiare che ospitano i fedeli in lutto.
Cerco di seguire le parole del parroco.
Cerco di rendere grazie al Signore.
L’afflizione per la prematura perdita: cerco il dolore dentro di me. La consapevolezza che giorno dopo giorno moriamo. L’esistenza che torna quantificabile nel concreto, perché il significato delle lancette che nel quadro dell’orologio perseguono pedissequamente il rigido percorso del tempo che scorre resta ostinatamente astratto fino a che la tragedia non si abbatte.
E il prete dice: Padre Nostro.
Padre Nostro,
che sei nei Cieli.
Il tubino rosso le fascia il corpo come fosse una seconda pelle. Il serpente: un serpente le si avviluppa lungo il polpaccio sinistro. Un lungo serpente nero, tatuato con maestria, le sta avvinghiato addosso come un amante geloso, e la punta della coda finisce dentro una décolleté dello stesso rosso del vestito e la gamba è un ramo e il simbolo della tentazione vi si arrampica lentamente e sale, sale, sale, e poi giunge all'orlo del tubino e si perde chissà dove lì sotto, io non posso saperlo, io non dovrei nemmeno immaginarlo.
Non ho mai visto quella donna prima d’ora.
E il prete dice: sia santificato il Tuo nome.
Venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà.
Come in Cielo così in terra.
La donna siede eretta e non finge nemmeno di recitare la preghiera.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
L’angolo che ho scelto per santificare il Suo nome mi permette di fantasticare sulla destinazione del nero serpente senza essere disturbato dal giudizio degli altri. Sono qui per soffrire, per rendere omaggio alla morte, per ricordare a me stesso che non siamo eterni e che Qualcuno, lassù, ci guarda e ci protegge e non siamo soli, ma
E non ci indurre in tentazione,
chissà dove arriva il nero serpente, lo posso immaginare: quel suo muso freddo e inespressivo e la lingua biforcuta che fa capolino tra lunghi denti pronti a sparare il veleno ed è proprio lì, al centro della donna, al centro della terra, dove il fuoco non si spegne e il calore è così intenso che fa male alla pelle, fa male agli occhi, fa male al mio centro il centro di questa sconosciuta che se ne sta seduta eretta senza nemmeno fingere,
ma liberaci dal male…
senza nemmeno fingere di aver indossato quel tubino rosso così inappropriato per errore, magari sopraffatta dal dolore per la terribile perdita, e il serpente le risale la coscia e io so esattamente dove arriva quella lunga perversa lingua biforcuta che è assoluta, estrema, profanatrice espressione di Lucifero all'interno di un luogo sacro e ora mi sta guardando. Lucifero mi sta guardando e io sono impreparato. Restituisco lo sguardo e i suoi occhi, gli occhi della sconosciuta sono così neri e profondi, ma ora basta, mi volto verso la bara di larice e il suo vestito elegante di rose bianche e candide e devo veramente riacquistare il contegno dell’uomo addolorato che lancia occhiate tutt'attorno per mera curiosità.
Lo sguardo della donna mi pesa addosso come un macigno. Guardo dritto davanti a me e la bara è lì e l’altare è lì e il prete dice: Confesso a Dio.
Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli
che ho molto peccato
in pensieri,
Lo sguardo del serpente mi pesa addosso come se avesse consistenza fisica e io ci provo a resistergli per due, tre, sei secondi ma cedo, cedo alla tentazione, cedo alla tentazione e torno a fissarla ed è come un incantesimo, la chiesa non esiste più, Dio
parole,
non esiste più, la morte non esiste più e il serpente risale il mio polpaccio e la mia coscia e poi oltre ed è lì, finalmente, le turgide labbra rosse della sconosciuta si racchiudono attorno a me
opere,
attorno al centro del mio desiderio e
e omissioni
e poi si ferma così, si blocca a metà dell’opera. Volge quei profondi profondi occhi neri verso i miei e li vedo sorridere un sorriso che è freddo e caldo e inquietante e accende un’urgenza dentro di me che non riesco a controllare.
La allontano da me, in un attimo sono libero dalla stretta bollente della sua bocca e la osservo mentre, lenta, si tira su in piedi. La donna sorride ancora, si avvicina al mio orecchio e sussurra: “Cogli la mela”.
Sussurra: “Sono io la mela”.
Io questo sorriso non lo posso più sopportare, questa voce suadente non la voglio più sentire. Un brivido mi attraversa la schiena, penso: cogli la mela.
Lei è la mela, frutto rosso del peccato, simbolo estremo di estrema disobbedienza.
La giro di spalle, lei si china in avanti poggiando i gomiti sulla spalliera di una panca.
Si offre a me tirando su il vestito rosso, e sotto è nuda
per mia colpa,
impudica, immorale, perversa sconosciuta Stella del mattino che io conquisto senza ulteriore esitazione
mia colpa,
e dentro di lei io brucio e la mia pelle brucia e il mio seme brucia e sono preda di una foga che mai prima, mai con nessuna, ma lei è Lucifero e il serpente è avviluppato attorno al mio essere maschio e si fonde con qualcosa dentro di me e io sono dannato per sempre,
mia grandissima colpa
per sempre caduto in questa smania di conquista e lei è china e magnifica e le stringo i fianchi così forte che potrei stritolarla, spezzarla, distruggerla, distruggere una Stella
e supplico la beata sempre vergine Maria,
la Stella che una volta era la più bella del Creato, la Stella caduta, l’Angelo senza speranza, ed entro ed esco ed entro di nuovo ed esco ancora, e ancora, e ancora dentro il corpo del peccato, vittima della più grande illusione che uomo possa nutrire: io ho il possesso, io ho il controllo, io sono Dio.
Dura solo un attimo, la superba sensazione di volare più in alto di chiunque altro. Perché la carne è carne e il controllo si disperde e vengo dentro il nero Inferno senza fondo che è il suo corpo, un momento che non finisce mai, che prende tutto, tutto me, tutto il mondo, tutta l’umanità e la mia anima,
gli angeli, i santi e voi fratelli
sono dentro Lucifero e Lucifero mi inghiotte, poi mi guarda compiaciuto perché non permetterà mai che io torni chi ero prima, nonostante mi restituisca la chiesa e i fedeli in lutto e la bara e la comprensione di quelle vuote, inutili, tristi parole che il prete continua a pronunciare con scarsa convinzione perché forse anche lui, in passato, chissà.
Zuppo di sudore mi guardo intorno e lei non c’è più.
E il prete dice: di pregare per me il Signore Dio nostro.
Per favore pregate.
E il prete dice:
Amen.
Nessun commento:
Posta un commento