martedì 28 aprile 2020

Sin tropé

Getto la sigaretta di sotto. Finirà di spegnersi sul balcone di qualche ignaro vicino dei piani bassi, e alla riunione di condominio io sarò opportunamente indignato da questa maleducazione, dall'arroganza di questi fumatori nemici del sistema che non hanno la decenza di suicidarsi sigaretta dopo sigaretta senza insozzare il terrazzo degli altri, maledetti incivili.
Marco osserva la parabola discendente del tizzone, silenzioso. Credo sospetti qualcosa, qualunque cosa ci sia da sospettare. Nemmeno io lo so, io non lo so cosa pensare. Quello che so è che dovrei dire qualcosa, perché il silenzio si sta facendo pesante e i rumori soffocati della città immersa nella notte amplificano la necessità di riempire questo spazio e questo momento con il discorso che rimando ormai da troppo tempo. Quindi Marco.
Marco, persa di vista la sigaretta morente, continua ad osservare il panorama. Strade si intrecciano tra loro, pennellate di asfalto che disegnano le traiettorie di decine di vite che vanno chissà dove, e lo conosco abbastanza bene da sapere che pazienterà in silenzio fino alla mia prima parola, e poi gli verranno in mente tante di quelle domande, e io devo essere forte.
Mi faccio coraggio, ripassando mentalmente le parole da dire. Avevo preparato una sorta di canovaccio, ma quello che faccio è tirare fuori dalla tasca dei jeans dei fogli piegati e stropicciati. Li dispiego. Respiro profondo: ok, è arrivato il momento. 

“Sintomi caratteristici”, dice.
Sta leggendo da questi fogli accartocciati. Un moto di inquietudine mi afferra lo stomaco e resta aggrappato lì, come in attesa. Michele si schiarisce seccamente la voce, poi riprende a leggere.
“Due, o più, dei sintomi seguenti”, si ferma, si schiarisce nuovamente la voce. Deve essere molto nervoso; la lieve morsa alle viscere si fa un po’ più greve. Lui riprende.
“Ciascuno presente per un periodo di tempo significativo durante un periodo di un mese, o meno se trattati con successo: uno, deliri. Due, allucinazioni. Tre, eloquio disorganizzato, per esempio… Ma mi stai ascoltando?”
Certo che lo sto ascoltando.
“Certo che ti sto ascoltando, ma non capisco davvero il punto”.
“Perché non ci sono arrivato. Quindi. Eloquio disorganizzato, per esempio frequenti deragliamenti o incoerenza”.
“Cosa sono i deragliamenti?” lo interrompo.
“È tipo… Tipo quando cambi argomento senza un nesso logico. Spesso, intendo”.
“Ok”.
“Quindi. Deragliamento. Comportamento grossolanamente disorganizzato o catatonico. Quattro…”
“No, sei al quinto”.
“Eh?”
“Sei al quinto. Il quarto è il comportamento catatonico”.
“Ah, va bene. Cinque, sintomi negativi, cioè appiattimento dell’affettività, alogia, abulia”.
E resta zitto. Così. Non ho ancora capito quale sia il punto, allora aspetto che accenda quella che dovrebbe essere la centesima sigaretta della serata e gli dico: “Non ho ancora capito il punto, e comunque vacci piano con le sigarette”.
Aspira la prima boccata con avidità, quasi fosse più necessaria la nicotina dell’ossigeno adesso, poi sputa fuori una striscia di fumo bianco che si disperde nell’aria. Comincio a perdere la pazienza. Quel filo di nervosismo che non capisco si inspessisce ancora un po’.
“Il punto”, dice. “Il punto sono queste pagine. Queste che ti ho letto”.
“Continuo a non capire. Queste pagine sono il punto di cosa?”
“Della mia vita. Queste pagine parlano di me. E tu continui a interrompere e io non riesco a dirti…”
La voce gli muore in gola. Per la prima volta nella mia vita non riesco a comprendere la direzione dei suoi pensieri. Questa consapevolezza mi destabilizza, perché se ho una certezza è la mia capacità di penetrare i macchinosi voli pindarici di Michele, sin da quando eravamo bambini. 
“Ricordi quando eravamo bambini?”, chiede.
C’è sempre questa sorta di connessione, tra noi.
“Ci stavo pensando anche io.”
“Perché è come se fossimo sempre connessi. Quel giorno, a scuola, te lo ricordi?”
“Quando a ricreazione eri da solo e io volli sedermi accanto a te.”
“Sì. Non mi ritenevo davvero solo, insomma, stavo immaginando cose. Ero immerso in un mondo diverso, la società perfetta della mia fantasia. Avevo un sacco di amici, là.”
“E nessuno nella realtà.”
“Nessuno, mai. Nessuno oltre te. Le persone mi mettevano a disagio. Non riuscivo a capirle. E non tanto gli adulti, gli adulti mi sembravano semplici: erano i nostri coetanei a spaventarmi. Tutti sembravano così simpatici e intelligenti e io non sapevo mai cosa dire. E i giochi che facevano: quelli non mi interessavano proprio…”
“Sei sempre stato scarso negli sport…”
Sorride, getta la sigaretta di sotto. Non mi soffermo a osservarne il tragitto.
“Tu quel giorno ti sei seduto vicino a me e non hai fatto commenti. Tutti facevano commenti. Ero quello strano, quello goffo, quello stupido. Ero quello che parlava da solo. Ti ricordi?”
“Certo che me lo ricordo.”
Lo osservo mentre osserva il panorama. Un clacson in lontananza riempie il silenzio per un attimo. Il suo sguardo è ancora rivolto verso l’orizzonte quando riprende a parlare.
“Ti sei mai chiesto…”, ma poi si perde. Posso quasi vedere le sinapsi che si infiammano, nel tentativo di chiedermi qualcosa di, suppongo, imbarazzante. “Ti sei mai chiesto come mai nessuno, in classe, ti rivolgeva mai la parola?”


La domanda lo infastidisce, è evidente. Posso immaginarne la ragione. Posso quasi vedere le sinapsi che si infiammano, nel tentativo di impacchettare una risposta credibile in quattro e quattr’otto.
“Ovviamente, per gli stessi motivi per cui non parlavano con te. Ero uno sfigato.”
Il tono tagliente mi suggerisce il grado di nervosismo. Che, come in un circolo vizioso, nutre e ingrassa il mio stesso nervosismo. Il tunnel che ho imboccato si fa man mano più buio, ma la strada è troppo stretta perché io possa fare inversione. Ormai, devo proseguire.
“Ok. Ma perché nemmeno mia mamma ti parlava? Insomma, non è certo la persona più espansiva della terra, ma salutarti…”
“Io e tua madre non ci siamo mai sopportati. Per questo evitavo casa tua. Mi detestava.”
“Mia madre non ha mai detto nulla…”
“Ma è ovvio”, mi interrompe. “Ero il tuo unico amico. Come cazzo pensi che dovesse dirti che le stavo sul cazzo?” 
Il nervosismo scivola nell'irritazione. Si sente attaccato, come se io lo stessi in qualche modo aggredendo. Lo capisco: a livello inconscio, forse, sa che cosa ho deciso di dirgli. La brutta, scomoda verità che sto per sbattergli in faccia. Una verità che nascondiamo a noi stessi da tutta la vita.
Io, io sono dispiaciuto. Rassegnato a un compito che mi distrugge. Lo guardo mentre guarda il panorama. Ho bisogno di osservarlo mentre smonto la nostra amicizia pezzo per pezzo.
“Io non sono mai stato a casa tua”, dico.
“Casa mia faceva schifo.”
“Non so nemmeno dove fosse.”
“Per quale motivo avresti dovuto?”
“Ero il tuo migliore amico.”
“E allora?”
Questo botta e risposta mi sfianca, la sua logica non cede al cospetto delle mie insinuazioni travestite da domande. Ho bisogno di fumare. E se stessi sbagliando? E se avessi frainteso? La piramide compatta dei miei sospetti, per un momento, sembra scricchiolare. Le fondamenta non sono più così solide. Troppo credibile la sua indignazione, troppo pronta la sua reazione. Dovrebbe essere un attore eccezionale oppure, semplicemente, non è consapevole della situazione. L’ipotesi che finga mi attrae molto più dell’ipotesi che non sappia. 
“Io non so di cosa cazzo parli con quello psichiatra, ma bene non ti fa.”, sentenzia.
Ecco: lo psichiatra. Marco non è mai stato favorevole alla mia decisione, ha sempre sostenuto che fosse un modo idiota di spendere i miei soldi. Tutta quell'insofferenza, la cruenza delle sue argomentazioni… Non sta fingendo, no. La mia volontà di entrare in terapia lo ha disturbato sin dall'inizio.
“Dove abiti?”, chiedo.
“Eh? Tu lo sai dove abito.”
“No, io non lo so. Perché ci vediamo sempre qui?”
“Perché casa mia fa schifo, e ora mi hai veramente…”
“Marco.”
La mia mano sulla sua spalla, lo costringo a voltarsi. A guardarmi negli occhi. Perché ora glielo dico.

“Io sono schizofrenico”, dice.
Ok. 
Mi sta prendendo per il culo.
“Mi stai prendendo per il culo.”
“No. Ho la diagnosi qui.”
Fa per dirigersi verso il tavolino da esterni, sopra il quale si trova una cartellina di cartone. Istintivamente lo blocco, lo fermo: non mi interessa sapere.
“Quello psichiatra del cazzo…”
“Quello psichiatra del cazzo ha finalmente dato una spiegazione a tutte le cose strane che mi succedono. Le voci che mi suggeriscono cose e quei suoni assordanti, così forti che non sento nient’altro, e poi, te ne ho parlato: io ogni tanto è come se perdessi i confini, non capisco più dove finisco io e dove inizia il resto, cosa sei tu e cosa è me, te ne ho parlato, no?”
“Sì.”
“Non sono mai riuscito a tenermi un lavoro per più di sei mesi. Non ho mai avuto una ragazza. Lo sai, no?”
“Sì.”
“Ecco: è perché sono schizofrenico. Sono problemi molto comuni per chi…”
“Io ho capito tutto questo discorso, Miche’, e voglio dirti, prima magari che me lo chiedi, che per me e per la nostra amicizia non cambia niente.”
“Sì invece.”
Perentorio. Un brivido mi corre lungo la schiena. Io non lo so, il perché. Non lo so perché sono così nervoso, così agitato. Non lo so perché poco fa mi è salita una rabbia che mai prima. Non lo so. Sensazione. Qualcosa sta per succedere. Un brutto presentimento.
“Ma cosa cazzo dici?”, chiedo. 
Tutto questo mistero. Il gran discorso. 
Fesserie.
“Come ti leggevo prima, la schizof…”
“Non me ne frega un cazzo della schizofrenia, voglio sapere cosa c’entra la nostra amicizia.”
Esita. Lo vedo. Esita. Ci guardiamo negli occhi per qualche istante, ma lui non resiste. Distoglie lo sguardo, batte le palpebre una, due volte. Sembra raccogliere i pensieri, scegliere le parole. Scegliere le parole con cui pugnalarmi.
“Tu sei un’allucinazione, Marco. La mia allucinazione. La mia allucinazione più antica.”

Il silenzio che segue è assordante. Lo osservo cambiare espressione, non pensavo che l’incredulità potesse comprendere tante sfumature. Chiaramente non crede a ciò che gli ho detto, trova che sia un’affermazione stupida, uno scherzo magari. Di cattivo gusto. 
Non sto scherzando, Marco.
Da dieci mesi seguo una terapia con il dottor Fausti. L’idea che qualcosa, in me, potesse essere sbagliato, io questa idea ce l’ho da sempre. Da quando mi sono reso conto che le altre persone, le persone normali, non intavolano lunghe dissertazioni filosofiche con voci disincarnate. Non si sentono sempre osservate, come se abitassero in un gigantesco set cinematografico. Non dimenticano cosa hanno fatto nelle precedenti chissà quante ore.
Inizialmente non volli ascoltare. Schizofrenico, io? Non aveva senso.
Era solo una parola altisonante, un giochetto da medici, un trucco per convincere il consumatore a comprare farmaci. Ingrassare le sporche tasche delle case farmaceutiche, e chissà di cosa sono fatte, poi, quelle pillole. Vendere l’anima a un diavolo fatto di molecole che nessuno davvero comprende. Perdere il controllo della propria mente.
Ho rifiutato la diagnosi. Volevo aggredire, sfregiare, colpire il medico, cancellare quell'espressione così impassibile e serafica di fronte alla mia disfatta. Un insulto, la sua tranquillità. Non c’era un cazzo per cui essere tranquilli. 
Non gli sono saltato addosso. Mi sono limitato a uscire dal suo studio sbattendo la porta. Ero furente, ma una volta in strada la rabbia ha iniziato a sfumare in un sentimento più insidioso: era come se, improvvisamente, pezzi di un puzzle che non riuscivo a completare finalmente andassero al loro posto. Come se, realmente, la verità dolorosa che il medico mi aveva sbattuto in faccia io l’avessi sempre saputa. Troppo grande, enorme, scomoda perché io potessi accettarla. Da solo, almeno. Gli psichiatri servono a questo. 
Così, quando quattro settimane fa Fausti ha cominciato a porre domande sempre più invadenti sulla vita di Marco, ecco… Ho intuito quasi subito dove volesse andare a parare. Marco e i suoi misteri. Marco e i suoi non-detti.
“Tu sei pazzo”, sussurra.
Sì, Marco.
“Io me ne vado”, aggiunge.
Fa per rientrare in casa ma glielo impedisco mettendomi tra lui e la porta-finestra. Questa storia va chiarita, ormai. La miccia è stata accesa. 
“Fausti voleva ucciderti. Voleva, con i farmaci. Io ti ho salvato, Marco, io mi sono rifiutato di farlo. Capisci? Ma non potevo più tenere il segreto, non più. Tu non sai quanto sia stato difficile non parlartene finora…”

Michele si frappone tra me e la negazione delle sue parole. Potrei spintonarlo, cercare di passare con la forza. Ma io, di forza, è come se non ne avessi più. È defluita tutta attraverso il pavimento, abbandonando il mio corpo e anche, sì, la mia testa. Ho mille pensieri e nemmeno uno. Mi sento improvvisamente vuoto, debole, finito. Incontro lo sguardo di Michele, ci resto agganciato dentro. Leggo dispiacere nei suoi occhi, ma anche una sorta di determinazione. E finalmente capisco.
È come quando senti freddo da ore, te lo senti nelle ossa, e qualcuno ti prepara un bagno caldo e la sensazione di sollievo ti si irradia dentro tutto il corpo. Come se il tuo organismo tirasse un sospiro di sollievo. Improvvisamente, ogni pezzo trova la sua collocazione. Il puzzle è completo. L’immagine racconta un uomo senza storia, senza casa, senza passato. È un’immagine sfocata, trasmette melancolia. Quest’uomo sta acquattato ai margini di una vita che non gli appartiene, ma è l’unica di cui può disporre. La vita di un altro, dell’agente: dello schizofrenico che lo immagina. 
Un ambiguo senso di pace invade i miei sensi artefatti. Chissà cosa prova Michele ora: il mio stesso senso di pace? Una pace per procura? Chissà. 
Che poi, non è davvero “pace”. C’è questo nodo che sento in gola, un peso crescente sullo stomaco. Non credo di dover vomitare, ma ho le percezioni tutte mischiate e sembra che niente sia al proprio posto e comunque, mi dico, le allucinazioni non vomitano.
Questo pensiero mi fa sorridere. Anzi: è proprio comico. So che il momento ha un suo intrinseco carattere solenne, ma non riesco a soffocare uno sghignazzo, sottovoce, che sale di tono e si trasforma in una risata isterica brutta da vedere e brutta da sentire. Sono fuori di me, non posso farci niente. E rido, sguaiato, mi piego in due dal ridere, davvero non riesco a fermarmi. 
Michele mi osserva in silenzio. Immagino sia rimasto interdetto dalla mia reazione, non si aspettava certo di vedermi ridere come un pazzo. D’altro canto, è lui, il pazzo: io ne sono solo il frutto.
Così rido e tiro indietro il braccio e accompagnando il movimento con tutto il mio peso colpisco Michele in pieno volto. Il rumore che ne esce è raccapricciante, il rumore di qualcosa che una volta era intatto e ora non più. Il colpo sbilancia Michele, che perde l’equilibrio e si aggrappa alla balaustra del balcone per non precipitare a terra. Attendo una sua reazione violenta ma è stordito, sotto shock, rallentato. Debole. È sempre stato un debole. Per questo sono arrivato io, per questo ho dovuto salvarlo. E ora quel pezzo di merda dello psichiatra, servo acritico di un sistema corrotto, quel pezzo di merda si insinua nella sua vita e decide cosa è giusto e cosa no, cosa è normale e cosa è patologico. Io: la mia esistenza è patologica. Un’allucinazione. Io sono follia.
Il mio organismo fittizio pompa adrenalina fittizia attraverso un sangue che non esiste. Sono spento, non ragiono mentre mi acquatto quel tanto che basta per afferrare Michele all'altezza delle ginocchia; lo afferro e lo sollevo – ho una forza inumana, allucinata, allucinatoria, fittizia. Michele non ci prova nemmeno, a difendersi. 
È inerme, debole, la storia della sua vita riassunta in qualche secondo di passiva accettazione. Ineluttabile. Io sono ineluttabile. Sbilancio il suo baricentro.
Non ci prova nemmeno, a salvarsi. 

Michele cade. Spinto giù da un’allucinazione che non accetta di essere un’allucinazione, cade.
Spinto giù dalla consapevolezza di una diagnosi che suona più come una condanna, e lui da condannato non ci vuole vivere. Cade.
Non se la sente addosso, questa schizofrenia, e nemmeno io me la sento addosso, eppure sappiamo entrambi che le parole scritte su quel foglio dentro la cartellina non mentono. Schizofrenico.
Michele cade, pazzo.

L’ultima immagine della mia vita.
Vita autistica, schizoide.
L’ultima immagine della mia vita è Marco, su che mi guarda e che poi scavalca e adesso anche lui è giù.
Così Marco cade. 
Tutto il mondo cade.
Oppure, forse, cado solo io.

giovedì 16 aprile 2020

Perché sei caduto dal cielo

Ambigua.
Ambigua in quel tubino rosso, seduta rigidamente in fondo alla vecchia chiesa.
Il prete borbotta la sua grigia omelia senza molta convinzione. Protagonista estrema, la bara di larice è vestita di rose bianche disposte a corona, spartiacque tra le due file di panche chiare che ospitano i fedeli in lutto. 
Cerco di seguire le parole del parroco. 
Cerco di rendere grazie al Signore.
L’afflizione per la prematura perdita: cerco il dolore dentro di me. La consapevolezza che giorno dopo giorno moriamo. L’esistenza che torna quantificabile nel concreto, perché il significato delle lancette che nel quadro dell’orologio perseguono pedissequamente il rigido percorso del tempo che scorre resta ostinatamente astratto fino a che la tragedia non si abbatte. 
E il prete dice: Padre Nostro.
Padre Nostro, 
che sei nei Cieli.
Il tubino rosso le fascia il corpo come fosse una seconda pelle. Il serpente: un serpente le si avviluppa lungo il polpaccio sinistro. Un lungo serpente nero, tatuato con maestria, le sta avvinghiato addosso come un amante geloso, e la punta della coda finisce dentro una décolleté dello stesso rosso del vestito e la gamba è un ramo e il simbolo della tentazione vi si arrampica lentamente e sale, sale, sale, e poi giunge all'orlo del tubino e si perde chissà dove lì sotto, io non posso saperlo, io non dovrei nemmeno immaginarlo.
Non ho mai visto quella donna prima d’ora.
E il prete dice: sia santificato il Tuo nome. 
Venga il Tuo Regno, sia fatta la Tua volontà.
Come in Cielo così in terra.
La donna siede eretta e non finge nemmeno di recitare la preghiera.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.
L’angolo che ho scelto per santificare il Suo nome mi permette di fantasticare sulla destinazione del nero serpente senza essere disturbato dal giudizio degli altri. Sono qui per soffrire, per rendere omaggio alla morte, per ricordare a me stesso che non siamo eterni e che Qualcuno, lassù, ci guarda e ci protegge e non siamo soli, ma 
E non ci indurre in tentazione,
chissà dove arriva il nero serpente, lo posso immaginare: quel suo muso freddo e inespressivo e la lingua biforcuta che fa capolino tra lunghi denti pronti a sparare il veleno ed è proprio lì, al centro della donna, al centro della terra, dove il fuoco non si spegne e il calore è così intenso che fa male alla pelle, fa male agli occhi, fa male al mio centro il centro di questa sconosciuta che se ne sta seduta eretta senza nemmeno fingere,
ma liberaci dal male…
senza nemmeno fingere di aver indossato quel tubino rosso così inappropriato per errore, magari sopraffatta dal dolore per la terribile perdita, e il serpente le risale la coscia e io so esattamente dove arriva quella lunga perversa lingua biforcuta che è assoluta, estrema, profanatrice espressione di Lucifero all'interno di un luogo sacro e ora mi sta guardando. Lucifero mi sta guardando e io sono impreparato. Restituisco lo sguardo e i suoi occhi, gli occhi della sconosciuta sono così neri e profondi, ma ora basta, mi volto verso la bara di larice e il suo vestito elegante di rose bianche e candide e devo veramente riacquistare il contegno dell’uomo addolorato che lancia occhiate tutt'attorno per mera curiosità.
Lo sguardo della donna mi pesa addosso come un macigno. Guardo dritto davanti a me e la bara è lì e l’altare è lì e il prete dice: Confesso a Dio.
Confesso a Dio onnipotente e a voi fratelli 
che ho molto peccato
in pensieri,
Lo sguardo del serpente mi pesa addosso come se avesse consistenza fisica e io ci provo a resistergli per due, tre, sei secondi ma cedo, cedo alla tentazione, cedo alla tentazione e torno a fissarla ed è come un incantesimo, la chiesa non esiste più, Dio
parole,
non esiste più, la morte non esiste più e il serpente risale il mio polpaccio e la mia coscia e poi oltre ed è lì, finalmente, le turgide labbra rosse della sconosciuta si racchiudono attorno a me 
opere,
attorno al centro del mio desiderio e  
e omissioni
e poi si ferma così, si blocca a metà dell’opera. Volge quei profondi profondi occhi neri verso i miei e li vedo sorridere un sorriso che è freddo e caldo e inquietante e accende un’urgenza dentro di me che non riesco a controllare. 
La allontano da me, in un attimo sono libero dalla stretta bollente della sua bocca e la osservo mentre, lenta, si tira su in piedi. La donna sorride ancora, si avvicina al mio orecchio e sussurra: “Cogli la mela”.
Sussurra: “Sono io la mela”.
Io questo sorriso non lo posso più sopportare, questa voce suadente non la voglio più sentire. Un brivido mi attraversa la schiena, penso: cogli la mela.
Lei è la mela, frutto rosso del peccato, simbolo estremo di estrema disobbedienza.
La giro di spalle, lei si china in avanti poggiando i gomiti sulla spalliera di una panca. 
Si offre a me tirando su il vestito rosso, e sotto è nuda
per mia colpa,
impudica, immorale, perversa sconosciuta Stella del mattino che io conquisto senza ulteriore esitazione
mia colpa,
e dentro di lei io brucio e la mia pelle brucia e il mio seme brucia e sono preda di una foga che mai prima, mai con nessuna, ma lei è Lucifero e il serpente è avviluppato attorno al mio essere maschio e si fonde con qualcosa dentro di me e io sono dannato per sempre,
mia grandissima colpa
per sempre caduto in questa smania di conquista e lei è china e magnifica e le stringo i fianchi così forte che potrei stritolarla, spezzarla, distruggerla, distruggere una Stella
e supplico la beata sempre vergine Maria,
la Stella che una volta era la più bella del Creato, la Stella caduta, l’Angelo senza speranza, ed entro ed esco ed entro di nuovo ed esco ancora, e ancora, e ancora dentro il corpo del peccato, vittima della più grande illusione che uomo possa nutrire: io ho il possesso, io ho il controllo, io sono Dio.
Dura solo un attimo, la superba sensazione di volare più in alto di chiunque altro. Perché la carne è carne e il controllo si disperde e vengo dentro il nero Inferno senza fondo che è il suo corpo, un momento che non finisce mai, che prende tutto, tutto me, tutto il mondo, tutta l’umanità e la mia anima,
gli angeli, i santi e voi fratelli
sono dentro Lucifero e Lucifero mi inghiotte, poi mi guarda compiaciuto perché non permetterà mai che io torni chi ero prima, nonostante mi restituisca la chiesa e i fedeli in lutto e la bara e la comprensione di quelle vuote, inutili, tristi parole che il prete continua a pronunciare con scarsa convinzione perché forse anche lui, in passato, chissà.
Zuppo di sudore mi guardo intorno e lei non c’è più.
E il prete dice: di pregare per me il Signore Dio nostro.
Per favore pregate.
E il prete dice:
Amen.